Quel nefasto ghiacciaio di sventura

Diversi giorni di viaggio erano ormai passati e la nostra meta non rimaneva distante.
Il castello che ci prefiggevamo di raggiungere emanava ancora dopo secoli una forza magica che riusciva ad espandersi nelle zone circostanti, al punto che mi era possibile percepirla; certamente non era che una misera parte di quello che poteva essere un’epoca, ma nonostante tutto in quel maniero non ha mai smesso di ardere di quella fiamma arcana.
Finalmente ero riuscito ad allontanarmi inosservato dagli altri tre miei compagni e mi diressi così in una distante grotta, dove il freddo perenne aveva permesso che si gelasse fino alle viscere, ghiacciandola interamente e dove la forza magica sembrava lievemente amplificata; era il luogo ideale che mi serviva per l’atto che avrei compiuto.
Dopo anni di ricerche, studi e prove ero finalmente pronto per evocare, su questo mondo terreno, un’infernale creatura degli abissi. Cominciai così a organizzare tutto il necessario, creando innanzitutto il circolo d’evocazione, il passaggio che avrebbe condotto il demone inferiore a me, poi, tutti gl’incantesimi di protezione da esso e diverse polveri magiche che l’avrebbero tenuto a bada per lo stretto necessario. Finalmente era giunto il momento, e dopo essermi preparato adeguatamente, con le giuste difese magiche, cominciai con il rito.
Man mano che pronunciavo le arcane parole, i segni a terra cominciavano ad emettere un lieve bagliore che poco per volta andava emanandosi sempre più, fino a sprigionare un lampo di luce improvviso, seguito immediatamente da una folata d’aria calda che s’effuse per tutta la camera della grotta, con cotanta potenza che mi costrinse a volgere il volto altrove e retrocedere per evitar di perder l’equilibrio. L’aria calda mi entrò nelle narici facendomi seccare la gola, e gli odori che mi pervasero erano da far perdere i sensi; una mescolanza di zolfo e odori talmente putridi che avrebbero fatto rabbrividire chiunque. Dopo quest’attimo, fra colpi di tosse e pessime sensazioni, riportavo finalmente lo sguardo sul punto d’evocazione, che con mia soddisfazione tratteneva a se un piccolo demone che mi osservava fermo, quello che sarebbe stato il mio futuro famiglio; un Imp.
Schiaritomi la voce, e con un ghigno che a stento trattenevo, mi rivolsi alla creatura con tono posato, per invitarlo ad accompagnarmi nel mio viaggio. Conoscendo tramite studi parte della genesi degli Imp, tra cui il carattere e i desideri, gl’illustrai fra l’altro vantaggi e interessi suoi nell’aggregarsi a me. La creatura, con un timbro di voce tutt’altro che abissale, accettò la proposta e si presentò come Ahvok; questa è la pronuncia del nome che più si avvicina al nostro parlato.
Con scetticismo annullai quindi l’incantamento che limitava il diavoletto all’interno del circolo. Da lì in poi, per una serie d’eventi che restano nell’oblio della mia mente, forse per un artificio di Ahvok, o magari più semplicemente per il freddo e il rituale, che mi aveva provato come non prima, la vista si annebbiava e in pochi attimi perdevo la sensibilità del mio copro, crollando verso terra. Non so cosa sia successo nel frattempo e per quanto sia rimasto privo di sensi; ricordo di essermi ripreso, confuso, vedendo i miei compagni attorno che cercavano presumibilmente di aiutarmi. Non risento di nulla tuttora e non mi resta che concludere, presumendo che sia andato tutto nel migliore dei modi.